Briciola Num. 33
Dicembre 22, 2017
A Cuba, ho una famiglia. Per casi fortuiti o no, mi sono fatto una familia a Cuba. Mi hanno accolto a braccia aperte, e man mano, sono diventato uno di loro. Sono entrato con il portafoglio nascosto nei pantaloni, con la paura che mi derubassero, ne sono uscito colmo di doni, che loro, hanno fatto a me. Molto più ricco. Mi hanno donato tanto di quella ricchezza che mai potrò ridare indietro. Ho assistito ai riti della Santeria, la religione del popolo, una commistione fra cristianesimo e politeismo tribale africano.. mi han portato con loro.. ho visto donne, entrare in trance, solo al ritmo di un fortissimo tamburo, in una casupola di 50 mq.. è passata dall’essere lucida, all’esser posseduta da uno spirito, in pochi minuti, ed io c’ero.. io l’ho visto. Io non ci credevo, ma poi ho dovuto. Questi occhi, l’hanno visto. Passavano fra noi, altri, con le mani cosparse di miele, e tu dovevi leccarle, e quando sei lì, lo fai, non batti ciglio. Lo spirito di quel giorno, mangiava miele e latte di cocco. Poi, ad un tratto usciva un uomo da una stanza, beveva un sorso di Rum, e lo sputava, nebulizzandolo, davanti a tutti. Non potevi entrare in questa stanza, se prima non avevi immerso le tue mani in una ciotola d’acqua, e poi lavavi accuratamente esse e il tuo viso. Per purificarti.
Mi dicono, voi italiani siete strani, io ho mia zia che vive in Italia, sposata con un italiano, se il marito deve andare a far visita alla sorella, ha da chiamarla, avvisarla, prendere appuntamento, come se fosse un incontro di lavoro, e spesso lei non può.
È assurdo mi dice! “Io ho mia sorella dall’altra parte dell’isola, e non ho da avvisarla. Mi presento li con le valige, e mi fa stare lì quanto voglio, su un divano, su una coperta a terra.. non conta questo.
Compartir. Esto es importante!”
Ho vissuto con loro una decina di giorni, e ho trovato tanta di quella umanità.. di quella civiltà.. di quei valori.. che solo nei racconti dei miei nonni, ne ho avuto il sapore..
Ho cucinato dei bei spaghetti alla bolognese, lì, a casa loro.. ho visto i bambini, sorridere felici mentre con le mani armeggiavano con gli spaghetti per capire come si potesse mangiare, quella stranissima pietanza.. i miei occhi, erano colmi d’amore e gratitudine per tutto quello..
Ho fatto lunghe chiacchierate con l’abuelo, il nonno della famiglia, mentre puliva un ambito pesce.. ma lui non poteva uscire di casa.. emigrato da Cuba, negli anni ’60, ha lavorato negli Usa, fin quando in vecchiaia, il suo cuore chiamava casa.. è tornato, ma per complicatissime vicende politiche e di embargo, è un immigrato lì, e non può farsi vedere.. e passa le sue giornate in terrazza a fumare, e raccontando le sue storie..
Ho passato natale e capodanno con loro.. a fine anno, si usa, fare il giro dell’isolato, con una valigia in mano, di corsa. È il loro rito, il loro buon auspicio per andare via.. anche se non potranno mai.. se non per vie illegali..
Loro non possono uscire da Cuba. Possono al massino andare in Russia, o in Nuova Guinea. La politca.. valla a comprendere..!
Ho montato le luci di Natale con loro, sul loro terrazzo, con sottofondo Raegetton ed abbondanti bottiglie di Rum..
Sono diventato uno di loro ormai, mi hanno dato i loro vestiti, mi han fatto le treccine.. parlavo come loro.
Mi son reso conto di aver vinto, quando per strada, non mi chiedevano più se volessi una stanza o un passaggio o un souvenir. Mi ero confuso con loro, nessuno mi vedeva più come turista.
Avevo vinto.
Lì, ti vergogni di essere italiano. Lì, il mondo occidentale, inizia a farti schifo.
Lì, inizi a sentirti colpevole, per l’agio che noi abbiamo qui “Nel mondo dei ricchi”.
Noi, facciamo schifo.
Lì, passano una mattina intera, a trovare delle uova, perché l’uragano ha spazzato via le campagne, e il mondo occidentale, capeggiato dagli U.S.A., il male del mondo.. impone ancora l’embargo, e se le galline muoiono, niente uova por los niños.
Lì, nulla ha senso, senza la condivisione. Nulla.
Volevo un caffè, e mi dicono “Claro”, prende dal mobile della cucina la moka, poi va di là, e torna, mi dice “Vamos, vamos a fuera”, seguo, come li seguo sempre, perché molto più interessante fidarsi, che farsi troppe domande.
Da noi, nel mondo occidentale, la fiducia è morta.
Da loro, non ancora.
La vedo camminare a passo svelto, attraversando la strada e incitandomi di seguirla, con la moka in mano ed il caffè. Entriamo, a casa di una sua amica. E fa lì il caffè.
“Non c’era gas da te?” Le chiedo?
“No, c’era, ma nessuno in casa a parte noi, voleva il caffè il quel momento, e quindi non potevamo condividerlo con nessuno, ed è un peccato, e allora siamo venuti a casa di Yadira, così lo compartimos con ella.”
Che cazzo rispondi ad una così?? Cosa?? C’è solo da abbracciare, e dirle “mi dispiace, ti chiedo scusa, a nome di tutto l’altra fetta del mondo, che egoisticamente tace, ingrassa e si ingozza. Nelle loro immense case, ma soli. Alle spalle del sud del mondo.” C’è da sentirsi lo schifo dentro poi, di esser parte di questo sistema malato, di cui ogni giorno, siam complici. Nelle cose che compriamo, nelle cose che diciamo.
Mai, avrò più caffè così buono.
Ma una cosa posso farla.
Compartir.
E far germogliare il seme, che mi han messo.
Far come loro.
Da tempo che non prendo un caffè da solo. Cerco sempre di compartirlo.
E quando posso lo offro.
Il caffè, da enormi possibilità di connessione, di unione.
Il caffè! Incredibile.
Ma quello che borbotta! Quello della moka!!
E invece no, ci siamo inventati le capsule! Siam proprio tristi!!
Compartir, compartir siempre. Condividiamo e doniamo tutto ciò che abbiamo.
Accogliamo, sempre.
Contaminatevi.. la contaminazione, salverà il mondo.
Mischiatevi.
Siate gentili sempre.
Il mondo è un’altra cosa.
Viaggiate, fate esperienza.
La vita è più bella di quel che vogliono farci credere.
“La vita è dolce se glie lo concedi.”
Grazie Cuba.
Grazie vita.
C’è ancora tempo, c’è sempre tempo.
Possiamo tutto, se il mondo non cambia, cambiamolo noi, cambiando noi stessi.
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